La riforma del terzo settore: Gli organi di controllo

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Uno dei punti cardine della riforma è il rafforzamento dei controlli interni degli enti non profit, a garanzia di una maggiore trasparenza nell’attività svolta e nella gestione. Per questo, gli enti che vorranno accedere al Registro unico nazionale del terzo settore dovranno adeguarsi alle nuove previsioni.

Nelle fondazioni diventa obbligatoria la nomina di un organo di controllo: un organo che avrà funzioni in parte simili a quelle del collegio sindacale delle società, ma che dovrà anche vigilare sull’osservanza delle finalità civiche, solidaristiche e di finalità sociale dell’ente.

Per le associazioni, l’obbligo scatta al superamento - per due anni consecutivi - di due dei tre limiti seguenti: attivo patrimoniale di 110mila euro; ricavi e proventi per 220mila euro; cinque dipendenti medi nell’anno. Anche le imprese sociali dovranno avere un organo di controllo.

L’organo di controllo può essere monocratico o collegiale. I componenti devono essere scelti in determinate categorie professionali: commercialisti, revisori, avvocati, consulenti del lavoro, professori in materie economiche o giuridiche. Devono anche essere indipendenti dall’ente.

Le associazioni e le fondazioni del terzo settore dovranno nominare anche un revisore legale dei conti o una società di revisione legale, se superano, per due anni consecutivi, due di questi limiti: attivo patrimoniale di 1,1 milioni; entrate di 2,2 milioni; 12 dipendenti occupati in media nell’anno.

I notai saranno chiamati in causa nell’aggiornamento degli statuti degli enti, da allineare alle regole della riforma entro il 2 febbraio 2019. Potranno anche seguire, come i commercialisti e gli avvocati, le operazioni straordinarie di trasformazione, scissione e fusione di associazioni, fondazioni e imprese sociali.

Le attuali Onlus, ad esempio, quando i nuovi regimi fiscali entreranno a regime, vedranno uscire di scena (perché abrogate dalla riforma) le regole che le disciplinano dal 1997. Le più grandi potrebbero trovare vantaggiosa la trasformazione in impresa sociale, con una successiva suddivisione tra il ramo “produttivo” e quello erogativo.